L’antico borgo di Campli: bello, famoso e in continua lotta con le frane

Il vento si insinuava tra i rami frondosi, nel cielo i cirri di primavera si rincorrevano mentre gli ultimi lembi di neve cedevano all’avanzare della bella stagione. Un piccolo clan di cacciatori-raccoglitori avanzava aprendosi un sentiero nella foresta, in cerca di un luogo favorevole ad un insediamento. Fu allora che apparvero le due montagne quasi identiche, con le loro vette appuntite che sembravano guidare il pensiero verso il cielo: due sentinelle poste a guardia di un paesaggio quasi pianeggiante, dolcemente degradante verso il mare. Il lungo viaggio era terminato.

 

Figura 1. Panoramica dei Monti Gemelli

Quel viaggio, come racconteranno molti millenni dopo i geologi, condusse i migratori del Pleistocene nelle fertili colline che oggi circondano l’altopiano di Campovalano, frazione di Campli e futura necropoli di un popolo ricco di tradizioni. Le due sentinelle – la Montagna di Campli e la Montagna dei Fiori, più comunemente noti come i Monti Gemelli (figura 1) – sono il residuo del sollevamento di un antico mare tropicale, i cui fondali calcarei sono stati incisi ed erosi dai fiumi nel corso di milioni di anni per riversare ciottoli e sabbia a valle dove hanno costruito l’immensa pianura alluvionale su cui l’uomo si sarebbe stabilito per sempre. È in questa stessa dinamica, un territorio nato dall’erosione e dalla sedimentazione, che si nasconde il destino di Campli.

 

UN BORGO SULLA CRESTA

Oggi, con una breve deviazione dalla statale che collega Teramo con la vicina Ascoli Piceno, è possibile raggiungere in poco tempo l’antico borgo di Campli: un gruppo di edifici arroccati su un ripiano delimitato da pendici scoscese che lo collegano con le sottostanti valli dei torrenti Fiumicino e Siccagno (figura 2).

 

Figura 2. Viste aeree della Campli moderna e di quella antica

Camminando tra le vie scoverete vecchi cancelli rugginosi, mura sbrecciate e antiche torri, ma anche uno dei borghi più belli d’Italia, dove tutto racconta una storia millenaria confermata dai reperti dell’età del bronzo provenienti dalla necropoli della vicina Campovalano e custoditi nel Museo Archeologico. Il nome Campli compare per la prima volta in un documento dell’894. Lo storico ottocentesco Nicola Palma ne fa risalire l’origine al fenomeno dell’incastellazione (IX secolo), quando le popolazioni si stabilirono su quella pianura per coltivare i “Campoli”, ossia piccoli campi sospesi su pendici scoscese. Un nome, dunque, che nasce già da un rapporto stretto e problematico con la morfologia del terreno.

 

UN PESO POLITICO NEL REGNO DI NAPOLI

L’importanza di Campli nel Regno di Napoli affonda le radici già nel Duecento. Tra il 1226 e il 1227 l’imperatore Federico II di Svevia vi inviò propri emissari nell’ambito del grande censimento fiscale dei feudi destinati a confluire nella Corona di Napoli: segno che il borgo, appena tre secoli dopo la sua prima menzione documentale, era già considerato un centro di rilievo. Nel 1286 fu posta la prima pietra del Palazzo del Parlamento, ancora oggi il più antico palazzo di governo d’Abruzzo, e nel 1352 la regina Giovanna d’Angiò concesse a Campli l’autonomia amministrativa, tradottasi nel 1372 nella piena condizione di libero comune, con la facoltà di eleggere i propri giudici. Nel corso del Trecento la città ottenne anche il privilegio del mercato settimanale del giovedì.

Il vertice di questa parabola coincise con l’epoca farnesiana. Nel 1538 Carlo V cedette il feudo di Campli alla figlia Margherita d’Austria, che lo portò in dote al marito Ottavio Farnese, duca di Parma e Piacenza: la famiglia vi soggiornò personalmente, come documentano le visite del 1542 e del 1568, alloggiando nel palazzo che da allora prese anche il nome di Palazzo Farnese. Sotto la loro signoria Campli godette di privilegi e immunità fiscali che la resero, secondo le cronache del tempo, sostanzialmente al riparo dalle carestie e dalle pestilenze che in quegli stessi anni flagellavano il resto del Regno di Napoli: un’eccezionalità che spiega perché proprio qui, nella Casa della Farmacia, venissero fissati i prezzi delle spezie per l’intero Regno di Napoli, e perché la città arrivasse a rivaleggiare per importanza con la vicina Teramo, oggi capoluogo di provincia.

 

NOVE SECOLI DI DISSESTI

Eppure, fin dai documenti più antichi, ricorre un tema inquietante. Già nei Regolamenti cittadini del 1571 si parla della “perenne erosione che incombe su ambo i lati”; nel 1595 una visita pastorale registra la “ben misera descrizione” delle ripe che rodevano gli edifici. Dalla fine del Seicento iniziò un decremento demografico inarrestabile, che nemmeno il prestigioso privilegio della Scala Santa, concesso nel 1776 da papa Clemente XIV, con le stesse indulgenze plenarie di Roma e Gerusalemme, riuscì a fermare.

Perché una città così fiorente non è mai riuscita a risollevarsi? La risposta, cercata per secoli nella storia, negli assedi, nelle epidemie e nel terremoto che del 1703 devastò la vicina L’Aquila, è stata trovata solo di recente nel sottosuolo stesso su cui la città è stata costruita.

 

QUELLO CHE RACCONTA LA TERRA

Un decennio di studi geotecnici (1996-2004), condotto da un gruppo di ricercatori, ha permesso per la prima volta di leggere in chiave geotecnica ciò che la storia aveva solo registrato: il centro storico di Campli poggia su un sottosuolo di ghiaie e sabbie cementate, spesso fino a 70 metri, a sua volta appoggiato su un substrato di argille e sabbie stratificate antiche di cinque milioni di anni fa. I torrenti Fiumicino e Siccagno, incidendo senza sosta questi terreni, hanno scavato pareti quasi verticali alte decine di metri, riducendo nei secoli l’estensione del centro abitato e separando gli antichi quartieri di Campli, Nocella e Castelnuovo in tre frazioni isolate da fossi in continuo arretramento. Fin qui sembra semplice: il problema è perché è accaduto e continua a farlo.

Lo studio si è concentrato su due siti simbolo di questa lenta erosione. Il primo, nel cuore del centro storico, è la scarpata su cui sorge la Chiesa della Misericordia, sostenuta da un’imponente struttura in muratura realizzata dal Genio Civile nel 1954 e più volte consolidata. Le fondazioni della struttura di sostegno poggiano sia sulle ghiaie e sulle sabbie che sulle argille del substrato, a dimostrazione della complessa struttura del sottosuolo.

 

Figura 3. In alto: geologia e sezione geologica passante per la Chiesa della Misericordia; in basso: le sezioni mostrano la complessa struttura del sottosuolo, con le ghiaie e le sabbie del sottosuolo che variano notevolmente di spessore spostandosi di soli pochi metri

I rilievi hanno misurato un cedimento verticale complessivo di circa 20 centimetri, alla velocità media di 4 millimetri l’anno: un movimento lentissimo ma inesorabile, che i modelli numerici hanno riprodotto con notevole fedeltà; ma, per farlo, hanno dovuto simulare come si comportano nel tempo le argille del substrato, capaci di “rammollirsi” progressivamente sia per un processo interno lento (la reologia dell’argilla stessa) sia per l’alterazione chimica dovuta all’esposizione all’aria e all’acqua (un fenomeno chiamato softening). Il fattore di sicurezza della scarpata si attesta attualmente intorno a 1.20, un valore che indica stabilità, ma non tranquillità, dato che un fattore di sicurezza superiore a 1 significa solo che il collasso non è imminente, non che il movimento sia terminato (figura 4).

 

Figura 4. In alto: modelli geologici ad elementi finiti nei quali sono state implementate leggi fisico-matematiche complesse tarate sulla base di prove di laboratorio; in basso: alcuni dei risultati illustrati in forma grafica

Il secondo sito, nella frazione Nocella, è ben più critico. Qui una scarpata fluviale a parete quasi verticale, alta circa 60 metri, mostra fratture di trazione, case lesionate e antiche strade che si interrompono nel vuoto (figura 5).

 

Figura 5. Panoramiche della scarpata

Già nel 1832 lo storico Palma annotava come le antiche fortificazioni fossero state “inghiottite dai fiumi, che rodono tutti e tre i divisati Quartieri”. Un crollo del dicembre 2003 ha fatto arretrare la scarpata di altri due metri. I modelli numerici, per riprodurre fedelmente questa instabilità, hanno dovuto includere non solo le proprietà dei materiali ma anche le fratture di trazione osservate sul terreno: il risultato è un fattore di sicurezza di appena 1,04, cioè una condizione prossima al collasso (figura 6).

 

Figura 6. Risultati grafici del modello matematico della scarpata

 

UN PAESE CHE FRANA A “SCATTI”

Ciò che lo studio e i modelli matematici hanno chiarito è che l’arretramento delle scarpate di Campli non avviene in modo continuo, ma a scatti, con periodi di apparente quiete durante i quali le fratture si allargano silenziosamente, seguiti da crolli improvvisi. È un meccanico autoalimentato, al cui interno ogni collasso scarica le tensioni nel terreno generando nuove fratture che a loro volta preparano il crollo successivo. A questo si somma, a partire dalle nuove superfici esposte, la progressiva perdita della cementazione chimica che tiene insieme le ghiaie e sabbie, quella stessa cementazione che per millenni ha reso possibile costruire su quelle pareti ripide, e che oggi si allenta lentamente per effetto degli agenti atmosferici.

In conclusione, non furono i saccheggi, le epidemie o il terremoto del 1703 a fermare l’ascesa di Campli, bensì questa lotta silenziosa e millenaria contro un suolo geologicamente instabile: senza questi dissesti, forse oggi sarebbe Teramo ad essere in provincia di Campli e non viceversa.

 

UN FUTURO SOSPESO TRA MEMORIA E FRAGILITÀ

Camminando oggi per i vicoli di Campli, tra le mura sbrecciate e le torri che ancora svettano, è facile non accorgersi di questa fragilità nascosta sotto i piedi. Il borgo, tra i più belli e monumentali d’Italia, punta molto sul turismo, sull’artigianato e sulle tradizioni gastronomiche, confidando sui continui interventi di consolidamento necessari per contrastare i meccanismi, lenti e complessi, che da nove secoli plasmano il destino di questo straordinario borgo eretto, letteralmente, sul filo di una lama di terra.

Visitatelo. Da qualunque parte lo vogliate raggiungere, anche dalla costa teramana, impiegherete solo pochi minuti e ne vale davvero la pena, ammesso che di pena si possa parlare.

 

BIBLIOGRAFIA

Bucciarelli I., 1988. Indagine storica sui fenomeni franosi della provincia di Teramo: un esempio sulla correlazione fra franosità e sviluppo urbanistico del paese di Campli. Tesi di Laurea, Università G. D’Annunzio, Chieti.

Buccolini M., Crescenti U., Sciarra N., 1994. Interazione fra dinamica dei versanti ed ambienti costruiti: alcuni esempi in Abruzzo. Il Quaternario, 7(1), 179-196.

Di Francesco R., Siena M., Tiberii M.G., Labagnara R., Di Matteo L., Scalella G. Il contributo della geotecnica nella comprensione dei dissesti storici dell’abitato di Campli (TE). XXII Convegno Nazionale di Geotecnica AGI, Palermo 22-24 settembre 2004

Di Francesco R., Tiberii M.G., 2007. L’antico borgo di Campli: un intenso intreccio tra storia, geologia e religione. L’Albero – Cultura, Economia, Ambiente, Territorio, n. 1/2007, Albisani Editore.

Di Francesco R., 2019. Meccanica delle strutture geologiche e geotecniche. Dario Flaccovio Editore, 400 pp

Palma N., 1832. Storia della città e diocesi di Teramo. Archivio di Stato di Teramo.

Wikipedia, voce “Campli” (it.wikipedia.org/wiki/Campli).

Palazzo Farnese di Campli, Visit Provincia di Teramo (visitprovinciaditeramo.it/palazzo-farnese-di-campli/).

Palazzo del Parlamento, Habitual Tourist (habitualtourist.com/palazzo_del_parlamento).

Geo-storia amministrativa d’Abruzzo – Campli, asciatopo.altervista.org/campli.html.

 

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