UNA PICCOLA CHIESA RACCONTA: GEOLOGIA E STORIA D’ITALIA (parte III)

Parte III: dall’unità dell’Italia al restauro del 1977

Nelle prime due parti dell’articolo sono state collocate, geologicamente e nel tempo, tutte e quattro le pietre presenti sulle facciate della chiesa di Santa Maria de Praediis: le arenarie e le gessoareniti, formatesi nel sottosuolo teramano durante il Messiniano, le calcareniti, riciclate da un antico castello scomparso nei pressi della chiesa e i travertini, formatisi nel Pleistocene lungo le faglie dei Monti Gemelli, ma rinvenibili a non meno di quindici chilometri di distanza presso l’antica fortezza borbonica di Civitella del Tronto (figura 1).

Figura 1. Panoramica dell’abitato di Civitella del Tronto, sovrastato dalla fortezza borbonica (fonte: fortezzacivitella.it)

 

Resta una domanda in sospeso: come hanno fatto quei travertini a percorrere quindici chilometri per arrivare fin qui? Ma soprattutto, perché? La risposta, come spesso accade quando la geologia incontra la storia degli uomini, non è scritta nelle rocce ma negli archivi.

 

Civitella, in provincia di Teramo, è attestata come insediamento fortificato fin dall’XI secolo e grazie alla sua posizione strategica sul confine tra la conca teramana e quella ascolana, tra il XII e XIII secolo diventa un presidio militare strategico, tanto che gli Angioini la rafforzano con torri di fiancheggiamento. A metà del XV secolo Alfonso I d’Aragona ordina un potenziamento delle mura con bastioni, dotando la piazzaforte di cinque torri.

L’impianto come lo vediamo oggi nasce sotto Filippo II di Spagna: le vecchie fortificazioni angioine e aragonesi, ormai superate dall’avvento dell’artiglieria, vengono demolite e ricostruite a partire dal 1559. Nel 1557, durante un lungo assedio francese guidato dal duca di Guisa, la piazzaforte resiste vittoriosamente, il che spinge a ulteriori ampliamenti fino al 1574. Il risultato è una struttura imponente, oltre 500 metri di lunghezza e circa 25.000 mq, collocandola tra le fortezze più grandi d’Europa, posta a controllo del confine settentrionale del Regno di Napoli.

Il 22 gennaio 1806 l’esercito francese assedia nuovamente la fortezza. Il comandante, l’ufficiale irlandese Matteo Wade al servizio del Regno di Napoli, con soli 323 uomini, 19 cannoni e viveri per tre mesi, rifiuta più volte la resa. La resistenza dura fino al 21 maggio 1806, quando la fortezza cade sotto il bombardamento francese, ormai isolata dopo la caduta del resto del regno.

Siamo giunti alla fine, con l’episodio più celebre: dopo l’unita d’Italia, del 17 marzo 1861, la guarnigione borbonica al comando del maggiore Luigi Ascione (430 uomini) resiste all’assedio delle truppe piemontesi e garibaldine, guidate dal tenente colonnello Antonio Curci e dal maggiore Renzo Carozzi. L’assedio dura dal 26 ottobre 1860 al 20 marzo 1861, con la fortezza che si arrende tre giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia, diventando cosi l’ultima piazzaforte del Regno delle Due Sicilie a capitolare come simbolo della fine dei Borbone. Dopo la caduta, la fortezza perse ogni funzione militare e fu abbandonata al proprio destino.

Per oltre un secolo il maniero, non più presidiato, divenne teatro di uno smantellamento sistematico ad opera degli stessi abitanti del paese i quali, come documentano le cronache locali, si servirono dei ruderi come di una cava a cielo aperto, prelevando blocchi di travertino, il materiale con cui l’intera fortezza era stata edificata, per costruire o riparare stalle, case e muri di sostegno sparsi in un raggio di diversi chilometri attorno alla rocca.

È verosimile che, in questo lento travaso di pietra dal maniero al territorio circostante, blocchi di travertino abbiano raggiunto nei decenni anche il piccolo insediamento presso Santa Maria de Praediis, secondo quella stessa logica di reimpiego delle calcareniti del vicino castello scomparso; d’altra parte, come raccontano le storie di tanti altri monumenti sparsi in Italia, ogni pietra squadrata era un bene troppo prezioso per essere lasciato a marcire tra le ortiche di un rudere.

Dopo secoli di storia il cerchio finalmente si chiude, e con esso l’intero racconto di questa piccola chiesa, in un unico decennio compreso tra il 1975 e il 1985 quando la Soprintendenza alle Belle Arti dell’Aquila, insieme alla Cassa del Mezzogiorno e all’Amministrazione Comunale, condusse il grande restauro della fortezza di Civitella del Tronto, restituendole l’aspetto di cittadella fortificata rinascimentale che ancora oggi si può ammirare; ma condusse, a partire dal 1977, anche il consolidamento delle strutture e della copertura di Santa Maria de Praediis a seguito di un lungo periodo di abbandono: un intervento che, plausibilmente, ricollocò ed integrò sulla facciata anche i blocchi di travertino ormai parte del paesaggio edilizio locale da oltre un secolo.

Due restauri paralleli, dunque, condotti a pochi chilometri di distanza e a pochi anni l’uno dall’altro: da un lato la fortezza che riguadagnava la propria pietra e la propria storia; dall’altro la chiesa che, in una facciata di pochi metri quadrati, custodiva già da tempo un frammento di quella stessa storia, cristallizzato in una pietra silenziosa.

 

Ecco dunque il senso ultimo di questo racconto: nelle quattro pietre di Santa Maria de Praediis non si legge soltanto la geologia d’Italia, dai fondali tropicali dei dinosauri alla crisi di salinità del Messiniano, dal flysch della Laga alle sorgenti termali del Pleistocene; vi si legge anche, sovrapposta e indistinguibile, la storia degli uomini che hanno abitato questa terra: un castello scomparso, una fortezza espugnata, un’unità nazionale conquistata che sembra infine ricomposta, pietra su pietra, sulla facciata di una piccola chiesa di campagna.

 

Fonti storiche:

Wikipedia (it/en) – Assedio di Civitella del Tronto; Fortezza di Civitella del Tronto

mondimedievali.net – Fortezza spagnola di Civitella del Tronto

abruzzoforteegentile.altervista.org – La Fortezza di Civitella del Tronto

 

 

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