Parte II: dalle sorgenti del Pleistocene all’unità d’Italia
Nella prima parte dell’articolo sono state collocate geologicamente e spazialmente tre della quattro rocce presenti sulle facciate della chiesa di Santa Maria de Praediis: le arenarie e le gessoareniti, presenti nel sottosuolo, e le calcareniti provenienti dallo smantellamento di un vecchio castello sito a poche centinaia di metri. Restano i travertini, per i quali occorre tornare indietro nel tempo: al Messiniano.
Durante tale periodo (7,2÷5,3 milioni di anni fa) il mare Mediterraneo conobbe una crisi di salinità dovuta all’isolamento dall’oceano Atlantico a causa della chiusura dello stretto di Gibilterra. Il territorio teramano continuava invece a stare sott’acqua, occupato da un bacino marino profondo nel quale collassavano frane marine catastrofiche, i cui sedimenti sabbiosi sono oggi incorporati nei monti della Laga, che rappresentava l’unico baluardo arenaceo, incastonato tra i massicci carbonatici del Gran Sasso a sud e dei monti Sibillini a nord, le cui vette sfiorano i 2500 metri sul livello del mare (figura 1).


figura 1. I monti della Laga rappresentano la testimonianza della presenza, nel Messiniano, di un bacino marino ancora attivo ed isolato all’interno del Mediterraneo quasi del tutto prosciugato; nei loro strati, basculati verso est dall’avanzamento del Gran Sasso nella stessa direzione, possono essere lette le tracce dei flussi sottomarini e, talora, le impronte degli antichi fondali marini
La conformazione di quegli antichi fondali marini era complicata dalla presenza di una catena montuosa sottomarina di natura calcarea, allungata in direzione nord-sud. Alcuni milioni di anni dopo, nel Pliocene (5,3÷2,6 milioni di anni fa), la compressione esercitata dalla collisione tra la placca africana e quella euroasiatica condusse all’emersione del bacino marino; i sedimenti divennero rocce arenacee e le catene sottomarine s’innalzarono al loro interno nella struttura calcarea dei Monti Gemelli, altresì note come Montagna di Campli e Montagna dei Fiori, appartenenti l’una alla provincia di Teramo e l’altra a quella di Ascoli Piceno (figura 2).

figura 2. Con il trascorrere dei milioni di anni i fondali marini nei quali sedimentavano le sabbie sono definitivamente emersi trasformandosi in arenarie; la catena montuosa sottomarina si è invece trasformata nei Monti Gemelli, di natura calcarea; in primo piano la “Montagna di Campli” (Monte Foltrone); sullo sfondo la “Montagna dei Fiori” (Monte Girella)
Durante il sollevamento tali strutture iniziarono anche il personale cammino verso est, causato dall’apertura del mar Tirreno che, originatosi a partire da circa 14 milioni di anni fa, ha condotto (e tuttora conduce) ad una rotazione antioraria della nascente penisola italiana. Come risultato, le rocce calcaree si accavallarono su quelle arenacee lungo faglie capaci di generare continui terremoti di magnitudo anche importante (figura 3).

figura 3. Dalla sezione geologica della Montagna dei Fiori si vede il fronte di sovrascorrimento della struttura calcarea sulle rocce arenacee (che caratterizzano tutto il territorio), fonte di terremoti compressivi ad est e distensivi ad ovest (Mattei M., 1987. Analisi geologico-strutturale della Montagna dei Fiori. Geologica Romana, 26, pp 326-347)
E’ importante, a questo punto, evidenziare che proprio dalle faglie che bordano il settore est delle due montagne, nel Pleistocene (2,6÷0,01 milioni di anni fa), è iniziata la fuoriuscita di acqua termale che, mescolandosi con quelle fredde dei fiumi, persero il carbonato di calcio eroso dai calcari e diedero origine a spesse placche di travertino, ossia all’ultima roccia presente sulle facciate della chiesa di Santa Maria de Praediis.
Siamo arrivati alla fine del percorso geologico, anche se rimane una domanda alla quale dare ancora una risposta: per quale motivo sulla facciata della chiesa di Santa Maria de Praediis sono presenti i travertini se gli stessi sono rinvenibili a 15 chilometri di distanza? Non sarebbe stato più facile costruire usando soltanto le arenarie e le gessoareniti presenti nel sottosuolo?

figura 4. Vista, dalla Montagna di Campli, della fortezza borbonica di Civitella del Tronto, fondata su un sperone roccioso di travertini e posta a presidio dell’antico confine tra lo Stato Pontificio ed il Regno delle Due Sicilie
Soltanto la storia può darci una risposta, quella della vicina fortezza borbonica di Civitella del Tronto (figura 4) che per tre giorni, tra il 17 marzo 1861 (giorno della proclamazione dell’unità d’Italia) e il 20 marzo, divenne una spina nel fianco di Vittorio Emanuele II di Savoia.
To be continued …… Parte III: dall’unità d’Italia al restauro del 1977

