UNA PICCOLA CHIESA RACCONTA: GEOLOGIA E STORIA D’ITALIA (parte I)

Santa Maria de Praediis è una piccola chiesa (una delle più antiche, se non la più antica della provincia di Teramo) incastonata nelle pendici montuose che circondano Teramo (figura 1), a pochi chilometri da casa mia, facilmente raggiungibile con qualunque mezzo.

figura 1. Panoramica della chiesa Santa Maria de Praediis

A me piace percorrere a piedi un sentiero poco conosciuto che snoda tra ampi prati e boschi ombrosi, dove non è raro imbattersi nelle poiane, nelle aquile, donnole, volpi, cinghiali e nei più schivi e rari cervi. Guardandosi attorno, si ha la possibilità di poter scorgere sia il Mare Adriatico che il Gran Sasso, entrambi all’incirca alla stessa distanza da Teramo, più o meno una venticinquina di chilometri.

Lo stile costruttivo della chiesa è semplice e lineare, di origine romanica. L’interno è diviso in tre navate e l’impianto originario viene fatto risalire all’XI secolo, stante la bolla papale di Anastasio IV del 1153, quale primo documento ufficiale che la cita; nel 1592 ha subito un primo importante intervento di restauro, nel 1977 l’ultimo e, sicuramente, il più invasivo.

Quando la vidi la prima volta rimasi colpito, anche se non capivo da cosa. Forse la purezza delle sue forme? No. C’era qualcos’altro. Erano i materiali da costruzione utilizzati nell’edificazione e nei restauri: almeno quattro diverse pietre, oltre ai mattoni, delle quali solo una presente sul posto (figura 2).

figura 2. L’ingresso

Con occhi da geologo, avevo letto qualcosa che andava oltre la spiritualità del luogo: avevo visto calcari detritici, arenarie, gessoareniti e travertini, depositatisi in un periodo della durata di alcuni milioni di anni ed in ambienti geologici anche molto diversi tra loro: rocce capaci di raccontare non solo la storia geologica d’Italia, ma anche quella recente fino all’unificazione politica avvenuta nel 1861.

Parte I: dai dinosauri alla crisi di salinità del Messiniano

Nella parete d’ingresso sono visibili, oltre ai mattoni, due materiali naturali da costruzione (figura 3): le calcareniti (o calcari detritici) e i travertini, ossia rispettivamente le rocce più antiche (affioranti in prossimità del sito) e quelle più giovani (site a non meno di quindici chilometri di distanza) presenti nel territorio. La loro storia ha inizio molti milioni di anni fa, quando il gruppo montuoso del Gran Sasso non era altro che una piattaforma carbonatica, come recitano le descrizioni geologiche ufficiali. Ma in fondo, cos’è una piattaforma carbonatica? È un’isola tropicale piatta, accresciuta dai coralli e capitozzata dal moto ondoso, sulle cui pendici – che scendono verso le profondità del mare – i materiali accumulatisi nei millenni possono franare e raggiungere distanze elevate, a formare accumuli sciolti che il tempo e i processi chimico-fisici-biologici trasformano nelle calcareniti di figura 3.

figura 3. La parete d’ingresso, realizzata in calcareniti e blocchi squadrati di travertino

Se al tempo dei dinosauri al posto dell’Italia c’erano alcune isole tropicali tipo le attuali Maldive (anche se molto più grandi), nelle decine di milioni di anni successivi la complessa interazione tettonica tra la placca euroasiatica e quella africana, in lento avvicinamento tra loro, ha portato all’emersione di vaste terre, tanto che all’inizio del Messiniano (tra 7,2 e 5,3 milioni di anni fa) l’Italia aveva raggiunto una struttura geologica pressoché simile a quella attuale.

All’incirca 6,9 milioni di anni fa, la morsa tettonica che stringeva il mare Mediterraneo portò alla chiusura dello stretto di Gibilterra, cui seguì una drastica riduzione dell’apporto idrico incapace di compensare l’evaporazione. Il livello dei mari calò progressivamente, il fondo marino divenne calpestabile e i fiumi iniziarono a scolpire canyon profondi anche oltre mille metri, come quelli del Rodano e del Nilo che – seppur oramai sepolti – sono ancora rilevabili attraverso le indagini geofisiche. Ma cosa accadde davvero durante l’evaporazione del Mar Mediterraneo?

Come insegna la geochimica (per i dettagli si veda il capitolo 2 di “Introduzione alla Meccanica delle Terre”), con l’evaporazione di acqua marina si verificò una sequenza di precipitazione di sali ben precisa, che ebbe inizio con il carbonato di calcio seguito dal solfato idrato di calcio (noto come gesso), dall’anidrite (solfato di calcio), dal salgemma (il sale da cucina) e infine dai cloruri e solfati di magnesio, potassio e sodio. In pratica, si venne a depositare una sequenza rinvenibile in tutti i depositi del Messiniano presenti in Toscana, Lazio, Marche, Abruzzo e – in misura maggiore – in Sicilia dove esistono grandi miniere di sale (quando sulle scatole leggete “sale di Sicilia”, senza l’aggiunto dell’aggettivo “marino”, potete stare certi che state utilizzando un sale antico di oltre 5 milioni di anni).

Ritornando alla nostra chiesa, occorre aggiungere che in quel periodo, nonostante l’intero mare Mediterraneo fosse essiccato, il territorio teramano era ancora sott’acqua, confinato in una fossa profonda al cui interno sedimentavano sabbie e argille mediante un meccanismo di frane sottomarine catastrofiche (depositi flyschoidi) ma, come sempre accade in geologia, con il trascorrere dei milioni di anni, l’aumento della pressione e della temperatura dovuto al progressivo seppellimento ha trasformato le sabbie in arenarie (una delle pietre presenti sulle facciate) e le argille in marne, ovvero nelle rocce note come “Formazione della Laga”, costituenti l’ossatura geologica di buona parte del teramano, dell’ascolano e di altri territori limitrofi.

figura 4. Dettaglio di una delle gessoareniti presenti sulle facciate della chiesa

Manca un solo elemento da chiarire: la combinazione della deposizione con l’evaporazione, che ha portato ad una mescolanza caratteristica nota come gessoareniti (figura 4), una pietra molto resistente rinvenibile in quello che chiamiamo “strato guida” avente uno spessore di poche decine di metri. Si noti che nella gessoarenite di figura 4 sono leggibili anche le tracce lasciate dai flussi idraulici che hanno portato alla sua formazione, la cui lettura in chiave vettoriale applicata all’intero deposito ha consentito di ricostruire i punti di origine e le loro traiettorie.

Tutto cambiò circa 5,5 milioni di anni fa, quando lo stretto di Gibilterra si riaprì e il mare Mediterraneo riprese i suoi possedimenti, seppellendo le tracce lasciate dall’evaporazione. Nei milioni di anni successivi le terre terminarono di emergere e l’Italia raggiunge la forma attuale.

Una riflessione: se la chiesa è fondata sulle arenarie e sulle gessoareniti (dunque, materiali da costruzione facilmente reperibili), perché furono adoperate anche le calcareniti e i travertini? Per le prime (calcareniti) la risposta è semplice: furono riciclate da un antico castello fondato su tali rocce (sito a qualche centinaia di metri di distanza ed ora quasi del tutto scomparso) per essere utilizzate nei restauri storici; per i  travertini dobbiamo nuovamente tornare indietro nel tempo …

To be continued …… Parte II: dalle sorgenti del Pleistocene all’unità d’Italia

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